
Oggi, sfogliando i miei album digitali, trovo una "vecchia" foto raffigurante la sala di montaggio lineare che, per così dire, diede il via alla mia carriera di editor professionista. Mi sembra una cosa lontana secoli e invece sono passati solo tre anni dall'ultimo "pigiare tasti" su quell’immortale mixer video Grass Valley 200, quando per mettere un titolo o fare una dissolvenza ci si doveva pensare bene perché il preread lo potevi fare una volta sola e se sbagliavi ti toccava cercare nei meandri dell’ EDL della mitica BVE-9100, ricordarti quali nastri avevi usato e in quale lettore li avevi messi, controllare il patch panel (prima che qualcuno involontariamente o volontariamente ti avesse staccato qualche cavo fondamentale) finché, incrociate le dita, premevi enter e... "ok, anche oggi te la sei cavata!” Ricordo i tempi delle post di “Chi vuol essere milionario” e di “Passaparola”, con il mitico e metico-loso Adelio P. che come un orologio svizzero scandiva ad alta voce i Time Code di IN e OUT per fare un cut, specificando dove e come fare uno split audio (il più delle volte annuivo e poi facevo a modo mio e lui: "Ecco vedi, taglio perfetto!"). Ricordo le puntate di “Candid Camera” e “Mai dire” con il regista Andrea F. dove, alle 17:00 in punto, cascasse il mondo, noi “ciarlatani”, così ci chiamavamo scherzosamente, si aperitizzava solo di Negroni sbagliato (per, dopo, montare meglio). Ricordo il mio primo “buco d’assemble” come fosse ieri, quando ti giravi verso il regista e dicevi: “c’è un problema” e lui era già pallido prima che tu finissi l’ultima sillaba. Ricordo quando feci un preread lungo tutta un’intera puntata di “La sai l’ultima” per insertare una grafica in sovraimpressione e, finito il lungo edit, riguardando il nastro vidi solo del nero, ricordo che corsi in sala macchine e trovai un piccolo e insignificante bottoncino sul beta impostato nella posizione sbagliata, ecco, lì avrei voluto morire! (dovetti restare l’intera notte per rifare tutto). E’ sì, quella sala è stata un’odissea, uno stile di vita, una generazione, un elemento cardine nel mondo del montaggio. Io sorrido quando sento parlare “i vecchi” di come si montava una volta, di come noi giovani cresciuti con il mouse non sappiamo nulla, sorrido quando sento aneddoti su i giovani registi: che tu gli consegni il nastro in mano e loro: “Ah! Hai già scaricato?”, convinti di essere in una sala Avid, oppure: “Carica pure il Pollice, l’ho lasciato sul punto”. Sorrido perché, a mio modo, sull’ultimo vagone, ci sono passato anch’io, da quella strada tortuosa ma affascinate del montaggio lineare, anch’io come loro ho imparato a scrutare il video fino a vederne il Fild, anch’ io litigavo con la Fase e impazzivo con l’Abekas per fare un voltapagina, anch’ io mi sono sentito il padrone assoluto seduto lì, con tutti quei bottoni che conoscevo uno ad uno, anch’ io come loro rimpiango quei momenti, e anch’ io penso che quello sì che era montare, dove un cut era ancora una cosa seria, dove le idee erano chiare e la competenza alta. Ritengo anch’ io che il montaggio sia un lavoro di concetto ma che, prima di tutto, sia ritmo e istinto. Anch’io sono “vecchio” e ne vado fiero.
