mercoledì 30 luglio 2025

SCRITTURA CREATIVA

Hai 20 minuti di tempo per scrivere una storia partendo da questi simboli in ordine cronologico, tema horror.

Uccello, occhiali, drink, telefono, albero, piatto.






























"Camminavo nervosamente nel bosco di Ravenwood nei pressi della nostra casa estiva immersa nel cuore delle montagne di Grimridge. Avevamo litigato come ormai succedeva sempre. 

I pensieri erano aggrovigliati, stridenti e la tristezza dilagava nella mia mente. 

Era tardo pomeriggio e la notte scendeva incombente e presto sarei stato avvolto dall’oscurità.
Un corvo volava alto nel cielo quasi ad indicarmi la strada da percorrere, o forse era un presagio di qualcosa che avrei potuto incontrare proseguendo in quella foresta oramai oscura.

Iniziavo a vedere solo fino alle punte dei miei piedi e poco più avanti, non avevo con me nemmeno un po’ d'acqua. Sapevo in cuor mio che era stupido proseguire, ma continuavo a camminare in preda ad uno sconforto così profondo e buio, come la notte che ormai mi avvolgeva, che non potevo più tornare indietro. Capivo di essermi perso, percepivo intorno a me un ambiente sempre uguale ma così diverso, ambiguo, terrificante. 

Guardavo l’orologio sul telefono, erano già le dieci di sera, sapevo che stavo camminando da più di tre ore, il telefono non prendeva, la batteria era quasi scarica. Avevo paura.

Gli alberi intorno a me mi apparivano come tentacoli, fitti intrecci di viscide falangi aggrovigliate e voraci che sembrava cercassero di afferrarmi per stringermi in una morsa infernale.

Ora il buio è il tutto, ne sono avvolto, inghiottito. Divorato dal mio senso di colpa, dalle mie angosce e inerme dinanzi al mio ignoto destino, continuo a camminare, camminare per perdermi nel buio."

giovedì 12 marzo 2020

DIO É TORNATO?



Troppo spesso si legge: “hanno sbagliato!”
Troppo spesso si sente dire: “io avrei fatto…”
È giusto criticare (costruttivamente), oltremodo giusto criticare chi ci guida, è sacrosanto dare suggerimenti alla leadership esprimendo la nostra opinione, perché è così che avviene il miglioramento (il progresso), con lo scambio.
Il mondo infatti si è evoluto con lo scambio di merci, di favori, di fluidi! Di idee; ma è anche importante ricordare che la nostra opinione dev’essere comunicata tramite giusti mezzi, come per esempio il voto, altrimenti rischia di diventare una nuvola di fumo.
Quindi è giusto e sacrosanto esprimersi ma non come ormai siamo abituati a fare soprattutto attraverso i social.
Quindi la modalità in cui lo si fa è determinante! Infatti la semplice affermazione di un’idea o punto di vista senza un’attenta analisi ragionata, motivata e logica, a mio parere, non è accettabile e diventa, paradossalmente, un fattore inquinante confondendo e deteriorando il pensiero collettivo comune.
Non posso solo dire: “per me è cosi (punto)”, troppo facile! Devo M O T I V A R E.
A tal proposito vorrei sollevare una questione attuale: il coronavirus.
Sui social tutti noi (come io in questo momento) ci esprimiamo e diciamo la nostra su tutto, spesso però sparando sentenze, giudizi e verità assolute come se noi avessimo appunto la verità in tasca, comportandoci poi come dei tifosi di calcio: schierandoci sempre o dalla parte del nero o del bianco, dimenticando tutte le sfumature in mezzo.
Beh, qualcuno mi potrebbe rispondere che le sfumature non esistono, perché ormai si arriva anche a questo, cioè a negare l’evidenza. "Questo bicchiere sul mio tavolo non è né mezzo pieno, né mezzo vuoto ma per me il bicchiere non esiste" (follia).
Io però non penso che le persone siano folli, né stupide, penso solo che magari abbiano, in quel momento specifico, problemi psicologici, questo sì! Ovvero che vogliano negare “l’esistenza del bicchiere” per una qualche ragione: comodità, paura, ignoranza, inconsapevolezza (insomma sono solo persone deboli o non ben educate a pensare).
Loro (queste persone apparentemente stupide) siamo NOI, tutti noi, e se non lo siamo ora lo potremo essere poi, o lo saremo stati in passato. Mi spiego: è il tal momento, ovvero il periodo che viviamo nel nostro specifico contesto, a renderci, in quel preciso istante, ciò che siamo e come siamo, e di conseguenza come ci "comportiamo". Una brutta esperienza di vita, un forte stress può tirare fuori una certa parte di noi, magari molto negativa, come un momento di relax può, al contrario - e viceversa - tirar fuori una parte positiva. Questa penso sia la chiave di lettura più corretta: l’uomo si plasma, reagendo differentemente situazione per situazione, caso per caso, allo stimolo esterno ricevuto in quel preciso momento, reagendo quindi soggettivamente ad esso con esclusività.
Come si fa quindi a far sì che una persona mantenga il controllo delle proprie reazioni emotive così da mantenere un comportamento il più possibile logico e coerente di fronte a una situazione di stress che sta vivendo? Quindi, ritornando all’attualità, come riusciamo a mantenere lucidità in questo momento particolarmente tragico e delicato? Vedo molti post sui social, denigrare persone, istituzioni, politici, popoli ecc. Vedo sempre una forma di odio e di negazione. Spesso leggo: “è colpa del tal politico se ora siamo in questa situazione!”, “cinesi maledetti!”, “dovevamo chiudere i porti!”, “Italia di merda!”, “italiani di merda!”. Tutto ciò è un paradosso e racchiude una profonda contraddizione: l’italiano che critica il proprio paese in questo modo pressapochista e demagogico, non si rende conto che è lui stesso l’oggetto della sua critica, un po’ come quando saliamo in macchina con un pessimo autista che sbraitando ogni cinque minuti tra una sbandata e l’altra, un semaforo bruciato e uno stop saltato, insulta tutti gli altri automobilisti dicendo: “come guida male la gente!” Non rendendosi conto che lui è il primo a far parte di quei pessimi driver.
Concludendo posso constatare che siamo "noi" a criticare "noi" (come un cane che si abbaia allo specchio o che si morde la coda). 
Un’altra incapacità constatata in questi soggetti dalla critica “sterilofacile” (sterile e facile) è quella di non aver empatia (ovvero il non riuscire a mettersi nei panni degli altri). Se un politico avesse bloccato (per assurdo) tutto il paese in tempi non sospetti (per esempio quando in Cina vi erano ancora pochi casi), e per qualche sconosciuto motivo il virus non si fosse propagato, non avremmo mai potuto sapere appunto di chi fosse il merito effettivo del mancato contagio: sarebbe stato grazie al blocco totale preventivo che si è fermata la pandemia o non vi sarebbe stata nessuna pandemia a prescindere dal blocco? (Sarebbe impossibile determinarlo), quindi avremmo accusato il tal politico di essere stato un catastrofista e di aver distrutto l’economia solo per un sospetto pandemico remoto (per la serie “la storia non si fa con i se”). In poche parole: per gridare “al lupo, al lupo”, il lupo lo devo vedere (il lupo deve esistere in quel reale e specifico momento, il lupo ci deve essere).
Facile quindi accusare “loro” di non aver gestito bene la faccenda, facile, col senno di poi, dire come voi avreste fatto a risolvere il tal problema. Io penso che si perda sempre di vista il punto: “loro” chi sono?  In una situazione di questa portata esiste solo un “noi” è questo il punto.
Il politico, il funzionario, il medico, il poliziotto, il salumiere, sono tutti esseri umani e nessuno di essi ha la sfera magica, nessuno.
Il politico sbaglia, come sbaglia il poliziotto e come il salumiere, ma qui siamo di fronte a qualcosa di straordinario e non si possono ora trovare colpevoli, perché di colpevoli ora non ce ne sono. Certo il tal politico ha molta più responsabilità di un salumiere, voi mi direte, e si presuppone che egli sia l’élit della società ma, pretendere che abbia la sfera magica mi pare troppo.
Io, invece, credo che il motivo principe di questa grande crisi sanitaria sia semplice: l’uomo è ciò che è perché è ciò che vuole essere.
Da troppo tempo ormai si dice che siamo in troppi, che le risorse stanno finendo, che l’umanità è vicina al collasso e queste catastrofi sono solo le prime avvisaglie di un macrocosmo ormai malato. Come delle galline in un piccolo pollaio, dove prima regnava benessere e calma, ora siamo finiti in una grande batteria, in un immenso allevamento intensivo di polli, dove tutti siamo vicini, ammassati, costipati. Questo ha creato l’insorgere del virus, e ancor prima, ha iniziato ad alterare l’atmosfera portando gli innumerevoli cambi climatici che sempre più, minacciano la nostra esistenza.
Noi siamo il cosmo, siamo piccoli elementi che fanno parte di un sistema complesso e pensante che si autoregola, che gestisce le anomalie per riportare l’equilibrio e ora l’anomalia siamo noi.
Viziati quindi dal nostro progresso (medicine, tecnologie, ecc.) abbiamo creduto di essere ormai invincibili e padroni, abbiamo creduto di avere il completo controllo aumentando troppo la velocità, incuranti che le nostre “protezioni” erano collaudate per proteggerci a velocità inferiori a quella attualmente impiegata.
Pensavamo di esser diventati Dio… ma il cielo, la terra, l’universo non sono una nostra creazione e la  natura ora si fa beffe di noi.
Ma tornando ai social, essi non sono altro che una valvola di sfogo di pensieri confusi delle persone che evidenziano la parte più impulsiva di sé (come quando sei al bar e ti sfoghi imprecando contro tua madre o il tuo capo) solo che a differenza del bar dove si usa un linguaggio verbale e non scritto, qui le cose restano, e si diffondono, ergo: un pensiero pressapochista o addirittura campato per aria, mette radici e, proprio anch’esso come un virus, prende vita, diventa una (possibile) verità e si diffonde creando un danno; danno per chi si frustra leggendolo, danno per chi ci crede riportandolo, danno per l’immagine di un paese che sembra sempre più stupido ma… ma che stupido NON è. Non siamo stupidi, se non quando pensiamo di esserlo e sopratutto quando facciamo “di un filo d’erba un fascio” (Se uno 1 sbaglia = 10 hanno sbagliato. Falso!).
Io, per lo più, (tra qualche mela marcia) vedo disciplina e cooperazione, vedo gente che lavora e che si dà da fare. Il sistema più o meno funziona ma poi avviene un fatto strano, ed è come se fossimo in due mondi: un mondo virtuale (la mente) e un mondo reale (il corpo) dove non si riesce più a scindere e "switch-are" tra i due stessi mondi, non sapendo più mediare tra l’idea astratta “perfetta” e pura (la mente) e il compromesso mediatico che invece impone la realtà (il corpo). Vogliamo quindi il mondo che (pensiamo) perfetto senza però fare i conti con la realtà logistica fatta di imprevisti, ostacoli, compromessi e obbligatorie mediazioni; realtà perfettamente imperfetta.
Lo stesso motivo per il quale le persone spesso, senza nemmeno sapere di cosa parlano, inneggiano alla rassicurante dittatura, poiché essa racchiude in sé la semplicità, la monodirezione ed, apparentemente, esclude l'ipotesi di compromesso. Poi, nel mondo reale appunto, non si fanno i conti però con il fatto che se la dittatura dovesse andare in un verso, secondo noi sbagliato, non avremmo nessuna possibilità facile di rovescio e di cambiamento, restando, paradossalmente, incastrati in qualcosa che, per l'assoluto bene di qualcuno, crea l'assoluto male di qualcun altro. Qualcuno direbbe: "morte sua, vita mia", ma come descritto sopra, le nostre esigenze e di conseguenza comportamenti, sono temporali, sono mutevoli nel tempo, e se oggi penso che  sia giusto il nero, magari successivamente in un’altra situazione, potrei pensare che sia giusto il bianco.

Le persone oggi hanno paura e io ho paura delle persone che hanno paura, quindi tutti abbiamo paura e “loro”, ribadisco, siamo “noi”. Siamo un macro organismo che vive in simbiosi con tutto, dobbiamo solo abituarci a razionalizzarlo un po’ più spesso senza lasciarci andare a pensieri infantili, egoisti e primordiali.
Ogni mondo è paese, si dice, ma le sfumature esistono come esiste il bicchiere; cerchiamo quindi di valutare le cose non in assoluto ma relativizzandole e   contestualizzandole (caso per caso, situazione per situazione, persona per persona). Mettiamo da parte l’orgoglio, siamo elastici, duttili di fronte ad un cambiamento e/o imprevisto.
Questo è il vaccino per guarire e per ottenere un mondo migliore.

sabato 15 aprile 2017

BERLUSCONI E L'AGNELLO DI DIO

Disgustato e nauseato. Queste le sensazioni nel vedere la solita banalità, la solita demagogia populista, il solito pressappochismo.


Ci mancava solo "Berlusconi e l'agnello di Dio" per gettare scompiglio e confusione sul tanto discusso tema pasquale: agnello sì, agnello no? Serviva giusto questa pagliacciata mediatica per abbassare nuovamente il livello di un dibattito invece importante e complesso come questo, ma si sa, Berlusconi non è certo famoso per aver innalzato l'intelletto del paese, anzi...

Vi dirò la mia, io l'agnello non sono solito mangiarlo, non mi piace nemmeno molto e poi mi dispiace per quegli esserini indifesi, però trovo deprimente il modo in cui, come sempre, in questo paese vengano gestite cose come questa e da come alcuni politici cavalchino sempre "le mode" per ottenere consenso strumentalizzando imperterriti ogni cosa. Tipico solitamente della destra (sicuramente più furba e scaltra) usare qualcosa di emotivamente coinvolgente e in auge per attrarre persone e ottenere voti. Cercano di farti ragionare con la pancia e ti portano al conflitto, alla polemica per destabilizzare e dividere. Il loro obbiettivo non è risolvere una questione a loro cara ma ottenere consensi. Niente di più facile quindi che prendere qualche agnellino e farsi fotografare in giardino mentre li si dà il latte con il biberon per entrare nei cuori delle persone. Facciamola semplice: mangiamo carne da 10.000 anni quindi è normale mangiarla ed è normale uccidere, questo non vuole dire non poter cambiare o modificare le proprie abitudini alimentari e/o religiose (ora la scienza può aiutarci a capire meglio come comportarci e come trovare alimenti alternativi alle proteine animali) ma tutto questo astio ed estremismo (da ambo i lati) mi lascia sbigottito. Come sempre diventa un match da vincere, un nemico da sconfiggere e non un tema sul quale confrontarsi e studiare. Io sono d'accordo personalmente sul fatto che non sia giusto uccidere degli animali così piccoli ma trovo assurdo il modo in cui venga affrontata la cosa, dai politici e da noi. Vogliamo diminuire o togliere completamente il consumo di carne? Ok, Ci vuole però una volontà comune e un progetto alternativo serio e fattibile. Il sig. Berlusconi (in primis imprenditore) dovrebbe sapere quanto la sua fotografia con gli agnellini, pubblicata proprio prima di Pasqua, abbia danneggiato il mercato della carne. Che mossa sarebbe questa? Non ho mai visto durante tutto l’anno nè lui ne altri (che oggi si dichiarano animalisti), preoccuparsi per i mattatoi che ogni giorno avvengono negli allevamenti intensivi, non ho mai visto proporre una legge che favorisse la produzione di carni biologiche ed a basso impatto ambientale, o una legge che disincentivi lo sfruttamento animale. Non ho mai visto muovere in dito da parte di queste persone che oggi fanno i puritani con il povero agnellino in grembo; è chiaro che è solo una speculazione, è palese che stanno facendo i “buoni” solo a Natale (anche se è pasqua). Poi ci siamo noi, chi resta conservatore e ne mangerà a volontà e chi invece urlerà: "assassini!" senza riflettere nemmeno un secondo. Vi indignate così tanto per quelle povere bestie? Allora dovreste indignarvi anche quando schiacciate un ragno, una mosca, o uccidete un topo. Certo, non è la stessa cosa, l’agnello è carino e dolce e anche intelligente e fa più impressione pensare di togliergli la vita ma non si può nemmeno pensare che una vita valga più di un’ altra solo per un fatto estetico o per il livello di intelligenza (sarebbe una sorta di razzismo) ed è per questo che il vegano è in contraddizione poiché egli è comunque un parassita per il pianeta, un consumatore, un “agente” inquinante. Noi siamo qui e consumiamo inevitabilmente le risorse e siamo tutti complici di questo (fa parte della natura). A proposito poi di natura, rendiamoci conto anche che essa è spietata e crudele e che noi siamo animali quanto gli altri e che se andassimo in un ambiente selvaggio nessuno si preoccuperebbe per noi, anzi saremmo noi un “piatto caldo” per qualcun altro. Ovviamente l’uomo ha la coscienza e la ragione quindi ovvio aspettarsi da esso un comportamento saggio e calcolato e infatti io credo che il consumo di carne andrebbe limitato perché non è ecosostenibile, produce danni all’ambiente e abbassa moltissimo la qualità stessa del cibo (non ha senso mangiare 2 bistecche al giorno piene di ormoni ecc. e pure di pessimo sapore e consistenza) potremmo cominciare a consumarne meno ma con più qualità, scegliendo carni biologiche o comunque non da allevamenti intensivi. Quindi cari politici e cittadini è chiaro che per causa forza maggiore (problemi ambientali in primis, e secondariamente etici), al di là di chi è carnivoro convinto o vegano estremista, il mondo si sta spostando verso un sempre minor consumo di carne ma questo percorso va intrapreso con serietà, consapevolezza e premeditazione, occorre un progetto politico con leggi concrete che non danneggino le economie legate alla carne ma che possano aiutare quell’industria a compiere una metamorfosi verso la produzione di altri alimenti sostitutivi, ci vuole anche un cambio culturale che sarà inevitabilmente lento e difficile dove le demagogie e la propaganda da quattro soldi non siano presenti ma dove ci sia da parte della classe dirigente una volontà profonda nel cambiare rotta verso un mondo meno truce e violento, verso gli animali e ancor prima, verso le persone.

mercoledì 15 marzo 2017

IL MALAGEVOLE

Sono stanco. Quando ho del tempo per riflettere, come ora che mi trovo nel bel mezzo della tundra austriaca in una stanza d'hotel, penso a me, a chi sono, a cosa ho fatto e a cosa farò; penso al mio lavoro, al mio sogno (infranto). Accedo al mio Vimeo e riguardo alcuni filmati realizzati in passato: "sono bravo!" penso, eppure... Eppure non abbastanza per essere soddisfatto, eppure non abbastanza per riuscire a fare quello che voglio, quello che penso, quello che sogno. Oggi ho lavorato con un operatore televisivo di vecchia data, uno di una certa età, di quelli che hanno vissuto i tempi d'oro della televisione, quelli che hanno fatto il "grano facile", quelli che loro si che hanno vissuto, che non sono viziati, che hanno in mano il mestiere; quelli che... Hanno fatto il loro tempo. Mi scuso per l'insolenza, la mia arroganza è fastidiosa lo so ma è anche la verità. Non sono tutti così, fortunatamente ci sono anche i maestri (pochi, introvabili) quelli che hanno veramente da insegnarti qualcosa ma la maggioranza è "fuffa", personaggi che nemmeno a cinquant'anni hanno in mano un lavoro. La follia è che pretendono di insegnarti per diritto acquisito, solo perché sono più grandi o più "saggi". Oggi, come altre giornate lavorative, ho visto fare errori da principiate proprio da coloro che dovrebbero insegnarmi il mestiere e questo è frustrante. Posso dire anche che nel mio lavoro gli improvvisati sono troppi ormai e non solo tra i senior ma anche tra i "nuovi talenti" che come dicono i senior (incapaci) non sono capaci, il che rende tutto assurdo perché non sono capaci proprio perché chi dovrebbe insegnar loro non è in grado nemmeno di fare un'inquadratura decente!
Il problema vero è anche che, il committente, spesso non è minimante in grado di distinguere un buon lavoro da uno lavoro pessimo il che rende la cosa veramente annosa poiché crea poca selezione naturale e favorisce i “furbastri ciarlatani”; inoltre in un lavoro come il mio, che viaggia al confine tra l’artigianato e l’arte, è difficile avere un termine di paragone per capire cosa sia bello o cosa sia brutto dal momento che il linguaggio è in continua evoluzione e che le regole grammaticali sono poco decifrabili e chiare.
Ora, parlando più seriamente io non serbo direttamente rancore per quelle persone "inadatte al tal mestiere", esse paradossalmente mi rendono un eccellente Videomaker, è grazie a loro che risulto un buon artigiano; solo che la frustrazione resta, quella sensazione che se solo ti avessero dato la possibilità di seguire un buon maestro forse avresti davvero potuto fare la differenza, distinguerti, realizzarti. Badate non si tratta di ambire al successo inteso come fama e denaro, o almeno non necessariamente a quello, ma si tratta di poter lavorare in un ambiente d'élite dove ci si possa arricchire a vicenda, dove il metodo di lavoro sia collaudato e impeccabile, dove si venga rispettati e capiti, dove ci sia libertà d’espressione e fiducia. Se solo lo capissero... Basterebbe la fiducia. La fiducia, come un motore, spingerebbe i più verso nuove sfide, spingerebbe ad assumersi responsabilità e a superarsi rendendo il lavoro gratificante e qualitativo. Forse è utopia, forse sono io l'incontentabile frustrato che attribuisce le cause dei propri insuccessi al sistema, forse dovrei essere io ad urlare al mondo che posso fare di più, dovrei essere io a conquistare la mia libertà intellettuale, a conquistare la mia libertà mentale, a riscoprirmi per riscoprire; forse sono io...
Mi rendo conto sempre di più che il mio essere anticonvenzionale, il mio essere apolitico, il mio essere lo "snob anti snob" mi rende incollocabile, quindi solo; mi rendo sempre più conto che se non appartieni ad un gruppo, se non ti integri sarai inevitabilmente estraniato, sarai fastidioso per gli altri, sarai il "non tifoso" che però non odia il calcio, sarai l'intellettuale ignorante, lo sportivo scansafatiche. Sarai tutto e non sarai nulla. Solo, nel tuo angolo, sul ring; aspettando un colpo basso. Sarai lo specchio degli altri, emanerai il loro riflesso, gli sbatterai in faccia la tua mediocrità, la loro mediocrità. Si rivedranno in te, ti ameranno odiandoti. Quel che è certo è che lo sconforto resta e la contraddizione di sentirsi dei falliti di successo rende tutto instabile, rende ogni cosa fumosa, volubile ma nello stesso tempo l'insicurezza di se genera un senso autocritico che porta sempre a migliorarsi e a mettersi in gioco. Forse l'ascesa verso il vero successo è il continuo fallimento? “Ai posteri l'ardua sentenza”

mercoledì 6 gennaio 2016

IL NUOVO MONDO


Sono in Arizona, provengo dallo Utah e prima ancora dal Nevada e California. Sono passato dalla Silicon Valley, San Francisco, Death Valley, Zion National Park per essere dopo domani nel cuore del Gran Canyon. Ora sono sulla 95, direzione Kayenta, dove passerò la notte. Lungo il percorso ho visto la città degli hippie con i suoi colori vivaci, le sue strade impervie e il suo poderoso Golden Gate Bridge; ho visto il deserto, arido, "depresso" e "salato"; ho visto la neve ricoprire le rocce rosso argilla; ho visto una diga immensa arginare un lago enorme dove si riflettevano imponenti rocce di un canyon antichissimo. La natura selvaggia e imponente dell'America, così lontana dal nostro immaginario, così finta, quasi scenografica, come se disegnata per ambientarci un film. Case di legno disperse in un oceano di praterie solcate solo da una strada. Camion giganteschi, mostruosi, come essere in Duel del grande Spielberg, macchine ruggenti 4x4 pilotate da cowboy. L'America non sembra cambiata molto da quella che ho visto nei film sul vecchio far west, c'è lo stesso spirito anche ora, come se la gente fosse appena arrivata qui e dovesse ancora cercare un pezzo di terra da rivendicare. Un paese grande, dove ogni cosa è lontana, dove il paesaggio cambia ma al contempo resta uguale, americano. Affascina tutto questo, ma la nostra Europa risulta davvero bellissima al confronto: colma di storia, fitta di diversità culturali, accudita da un passato che la rende molto più umana, molto più vera di tutto quello che ho trovato qui.
Ora la neve cade, la Monument Valley è vicina, il viaggio continua.


Una centrale nucleare incontrata lungo il percorso. Qui sembra che l'artefice dell'architettura sia Satana in persona.

giovedì 19 marzo 2015

VERI UMANI TRA LE FORMICHE

Mi stavo lavando i denti,
guardavo il mio viso riflesso nello specchio e pensavo.
Le parole sgusciavano dalla mia testa ed era tutto chiaro; ora invece sono qui e resto sterile di fronte al vuoto di questa pagina bianca, un vuoto da colmare.
Il vuoto: condizione indecifrabile per un terrestre, condizione astratta ma nello stesso tempo reale ed esistente.
Quando mi interrogavo sull'esistenza di Dio sapevo che era ovvio che non poteva esserci, sapevo che la mia era una certezza ma non mi accorgevo che la mia certezza confermava soltanto l'esistenza del "mio inesistente", l'esistenza del contrario. Sapevo che più mi spingevo all'estremo della mia convinzione, più cadevo in contraddizione. La cosa che più ti sconvolge è ammettere che "l'opposto" esiste, ammettere che la tua realtà non è reale ma che è solo quello che tu percepisci, vedi, senti, ascolti. La realtà filtrata ed rielaborata per tuo uso e consumo, da te stesso. Ma allora che senso ha esistere in un mondo privo di certezze, che senso ha condividere qualcosa se poi "il percepito" è diverso?
Io sono spaventato, impaurito da quella che potrebbe essere la risposta. Ho paura di rendermi conto di quello che, in qualche modo, già so. Le persone sono stupide, io sono stupido.
Quando razionalizzi tutto questo il quadro è chiaro: siamo in un formicaio dove ognuno ha un ruolo assegnatogli e che esplica inconsciamente, un ruolo prestabilito e insindacabile.
Pochi, lucidi, esseri (i veri umani) riescono a capire il sistema, l'ingranaggio complesso del meccanismo "mondo" dove tutti sono incastonati in piccoli ingranaggi che svolgono operazioni di routine, ripetuti movimenti elementari che generano la complessità architettonica di un corpo immensamente più grande.
La "macchina umana" che si muove come una ruota chiodata in un avanzamento lento e inesorabile. Il "matrix".
Pensare di essere un ingranaggio difettoso mi spaventa, il vedere tutti gli atri immersi nelle loro certezze fasulle, vedere la gente mentirsi è una condizione straziante e nello stesso tempo gradevole.
Sicuramente quando era certa l'esistenza di Dio, nessuno, in una notte qualunque, avrebbe perso tempo a scrivere queste sciocchezze.


Un fotogramma del film "Metropolis" di Fritz Lang

venerdì 31 maggio 2013

LA GRANDE BELLEZZA


Credo che sia un grande film quello di Sorrentino, "La grande bellezza"! Un titolo difficile e così bello a dirsi. Ho iniziato a sentir parlar male di questo film al Festival di Cannes e vi dirò, ci avevo quasi creduto: troppo lungo, pretenzioso, lento.. e tanti altri dispregiativi (secondo chi li pronunciava). Per me questi aggettivi sono assolutamente positivi, la lunghezza di un film è irrilevante, e questa lunghezza è anch'essa un messaggio intrinseco del regista. Il tempo de "La grande bellezza" è un tempo volutamente lungo, è il tempo del percorso verso la riflessione (che compie il protagonista - Toni Servillo - e che, dovrebbe, compiere lo spettatore); è il tempo della città eterna in cui è girato il film, Roma; è il contro-tempo della "movida" che è veloce, drogata, superficiale e vuota (tema cardine del film). Anche la pretenziosità poi per me è una qualità: finalmente qualcuno che in Italia ha coraggio, qualcuno che grida, qualcuno che non ha paura di far Cinema. Io ho scelto di vedere questo film solo, in una sala mezza vuota ed è stata la cosa giusta. Come dicevo in altri post in questo blog, scegliere il giusto tempo per vedere un film è fondamentale per poterne apprezzare le eventuali qualità. La musica, la fotografia, i movimenti di macchina molto "felliniani" si lasciano apprezzare per tutto il film e bastano e avanzano per goderne la visione. In più si aggiunge un'ottima sceneggiatura e ottimi attori, anzi, attori ben diretti che hanno tirato fuori buoni, ottimi risultati. Io, a costo di sembrarvi presuntuoso, credo che alla base delle critiche negative rivolte a questo film, non ci sia solo il film in quanto tale ma una questione psicologica ben più amplia e radicata: l'ansia da prestazione, la "eiaculazione precoce", la codardia che ha questa società odierna. Io credo che ogni qual volta qualcuno (regista, attore, cantante, politico, vicino di casa) voglia provare a fermare il tempo per farci riflettere, costui riceva in cambio da noi solo disprezzo, poiché impauriti dalla morte (in quanto immobilità) non vogliamo fermarci, non vogliamo guardare, se non per vedere quello che ci illude, quello che ci droga. Le nostre stesse vite, ormai, sono scandite da orologi, da tachimetri, da strumenti di misurazione di ogni tipo che ci ricordano che dobbiamo: ricordare, andare, correre. Se non ti muovi: ingrassi, perdi il treno, il lavoro, la fidanzata, le occasioni, la cena! Se non ti muovi... Perdi tempo, ed è qui l'errore perché la bellezza richiede osservazione, scrupolosità e pazienza per poter essere assaporata. A tal proposito faccio sempre caso, alla fine dei film, a chi resta a vedere i titoli di coda... Io. Nel film di Sorrentino il background delle scritte è una Roma albeggiante, un piano sequenza sul Tevere con la camera che sguscia sotto i ponti della città. In sottofondo c'è una musica molto coinvolgente ed è un piacere per i sensi ascoltarla, sopratutto abbinata a quelle immagini. Il cinema è anche questo, sopratutto questo: immagini e musica che, insieme, sono in grado di farti sognare e provare emozioni. La mia critica quindi va a tutti coloro che analizzano troppo spesso un film come fossero dei notai o scribacchini, anzi a chi analizza troppo un film (un quadro, una musica, una donna) dimenticando che l'arte e quindi la bellezza, va goduta in maniera naturale, senza preconcetti e senza filtri. Quindi, concludendo, non capisco chi, nella vita come in sala, si alza prima dei titoli di coda, non capisco perché ci sia tutta questa paura della noia, paura di "digerire" un concetto per poi farlo nostro, paura di sentirsi soli, paura dell'immobile. La paura credo sia solo una scelta.